C’era una volta l’Italia leader dell’olio d’oliva, mentre oggi c’è la Tunisia
Buongiorno, e come sempre, spero che stiate tutti bene. Aprile è il mese dell’ulivo, pianta simbolo della Pasqua e della nostra identità mediterranea. Ma oggi non voglio raccontarvi una parabola religiosa, bensì una storia vera, e purtroppo amara. Voglio partire dalla fine: l’Italia non è più il secondo produttore mondiale di olio d’oliva. Siamo stati scalzati dalla Tunisia.
È una notizia che dovrebbe preoccupare ognuno di noi, perché dietro le stime record di 400mila tonnellate di olio extravergine tunisino pronte per l'esportazione, c'è un'enorme possibilità che il nostro Paese ha abbandonato. Mentre noi ci vantiamo della nostra cucina, abbiamo smesso di valorizzare veramente i nostri prodotti. In questi momenti altri attori possono vedere nuove occasioni, come la Tunisia ha visto una chance d'oro nel caso dell'olio d'oliva. Oggi è sempre più difficile per noi consumatori acquistare prodotti locali, dati dalla situazione economica difficile che stiamo vivendo. Un olio che all'origine in Italia costa circa 9 euro al chilo, in Tunisia viene venduto a 3,50 euro. E indovinate qual è uno dei primi Paesi importatori di questa miscela? Proprio l'Italia. Scaricato nei nostri porti, filtrato, miscelato e imbottigliato con etichette spesso minuscole che recitano "Miscela di oli UE e non UE". La riflessione che voglio fare con voi non è sulla bontà dell'olio, che è soggettiva, ma sui costi sociali, sulla biodiversità e sulla sicurezza. Chi garantisce a noi consumatori che l'olio tunisino rispetti le nostre stesse regole europee su fitofarmaci, varietà e costo del lavoro? Come possiamo avere il controllo se manca la rintracciabilità? Pagare 5 euro un olio che nel nostro Paese, con le nostre leggi, forse non potrebbe nemmeno essere commercializzato, è un rischio che non possiamo permetterci. Potrebbe essere perfetto, come potrebbe non esserlo, chi ci può garantire tutto ciò in un paese con leggi diverse. Per approfondire l'argomento in modo completo, vi invito ad ascoltare questo episodio per aprire gli occhi e difendere il nostro patrimonio olivicolo. Ci sentiamo nel podcast!

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